Sull’identità tra delitto e castigo

Il “divino” del tuo saggio assomiglia all’umano ancor più, se mai fosse possibile, dell’insostenibilità del dolore stesso, e della capitolazione dei propositi che ne consegue. E così l’azione prospettata dai personaggi, l’agognata grandezza, non ha nulla di ultraterreno. Come tale è destinata alla fallacia: nasce per morire.
Per misurare il tempo serve l’orologio, non il centimetro; e l’orologio dell’oltreumano non sarà mai scoperto, perché non fu mai creato.
È vero che infiniti sono gli antecedenti causali di ogni risultato, e che questo è, a sua volta, altro in potenza. È vero anche che un antecedente li ha generati tutti: quell’antecedente è la causa dell’azione, è la causa del castigo. Si può allora negare la grandiosità della misera sorte di Raskolnikov e di Macbeth? Qui è l’assoluto che rende ogni giudizio relativo e, a ben vedere, impossibile.
Nell’eterno rincorrersi delle circostanze con la volontà dei singoli, l’unico rimprovero che potrebbe muoversi ai due personaggi è quello di essere stati schiavi di un’idea. Ma non v’è uomo libero, al mondo, per poterli condannare.

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